Lui & Lei
Il fidanzato casto
Kimboy74
25.03.2026 |
1.289 |
1
"Bussarono alla porta, e fu la madre di Francois ad aprire: una donna dal portamento eretto e dalle labbra sottili, sorpresa ma felice per l'arrivo inatteso..."
La pioggia cadeva incessante su Parigi, un velo grigio che avvolgeva le strade acciottolate e i tetti spioventi dei palazzi borghesi. Francois e Lea erano arrivati in città nel tardo pomeriggio, stanchi dal viaggio, e si erano sistemati in un piccolo albergo modesto vicino a Montmartre. Francois, con la sua uniforme da gendarme impeccabile e lo sguardo timido dietro gli occhiali tondi, aveva insistito per camere separate fin dal momento della prenotazione. 'Dobbiamo mantenere le apparenze, amore mio,' aveva detto con voce ferma, mentre firmava il registro. 'Mia madre e mio padre sono gente perbene, e voglio che tutto sia rispettoso quando li presenterò domani mattina. Dormiremo divisi, come si addice a una coppia casta.'Lea aveva annuito con un sorriso pudico, fingendo la modestia che la sua reputazione vivace smentiva ampiamente. In realtà, il suo corpo fremeva di irrequietezza, intrappolato in quella rigidità morale che Francois incarnava come un dogma. Non l'aveva mai toccata oltre un bacio casto, e l'idea di quella notte piovosa in un albergo straniero solo accendeva il suo desiderio represso. Si ritirarono nelle loro stanze adiacenti al piano superiore, separate da una parete sottile che non riusciva a soffocare il tamburellare della pioggia sul tetto. Francois le diede la buonanotte con un bacio sulla guancia attraverso la porta socchiusa, prima di chiudersi dentro.
La notte si fece opprimente. La pioggia martellava le finestre come un invito proibito, e Lea si rigirò nel letto stretto, il corpo teso, le cosce che sfregavano l'una contro l'altra in cerca di sollievo. Non poteva più resistere. Si alzò piano, infilò una vestaglia leggera sopra la camicia da notte trasparente e scivolò fuori dalla camera. Il corridoio era illuminato solo da un debole lume a gas. Scese le scale in punta di piedi, attirata da un rumore sommesso dalla sala comune al piano terra, dove l'albergo aveva un piccolo spazio per gli ospiti con un bancone e qualche poltrona logora.
Lì, dietro il bancone, c'era un uomo maturo che puliva i bicchieri con movimenti lenti. Alto, con capelli grigi e un'aria affascinante, indossava una camicia sbottonata da cameriere dell'albergo, il grembiule legato in vita che suggeriva il suo ruolo di turno notturno. Lea lo credette solo un dipendente dell'albergo, forse il cameriere che vegliava sugli ospiti tardivi. 'Non riesco a dormire con questa pioggia,' mormorò lei, fingendo sorpresa mentre si avvicinava. Lui alzò lo sguardo, un sorriso lento che le fece accelerare il cuore. 'Nemmeno io, mademoiselle. Posso offrirvi un brandy per calmare i nervi? È una notte lunga in questo posto.'
Lea si sedette su uno sgabello alto, il cuore che batteva forte. L'uomo versò il liquore con mani ferme, i suoi occhi che scivolavano sul suo décolleté esposto dalla vestaglia allentata. Parlarono piano, di Parigi, della pioggia incessante, ma i loro sguardi si intrecciavano con una tensione elettrica. Lui le sfiorò la mano mentre le porgeva il bicchiere, e Lea non si ritrasse. 'Siete troppo bella per essere sola in una notte così,' sussurrò lui, la voce profonda e matura, chinandosi sul bancone. Lea sentì il calore diffondersi tra le gambe. Si alzò e si chinò verso di lui, e le sue labbra incontrarono quelle dell'uomo in un bacio famelico, le lingue che si intrecciavano con urgenza, il sapore del brandy che si mescolava al loro alito caldo.
Le mani di lui scivolarono sotto la vestaglia, afferrando i suoi fianchi con forza possessiva. Lea gemette piano mentre lui la tirava oltre il bancone, spingendola contro il legno ruvido della superficie. La camicia da notte salì sulle cosce pallide, esponendo la sua figa già bagnata. 'Prendimi,' sussurrò lei, la modestia finta svanita nel calore del momento. L'uomo la girò di spalle, le sue dita che aprivano la vestaglia e scivolavano tra le sue gambe, trovando le labbra gonfie e umide. Lea ansimò quando lui infilò due dita dentro di lei, spingendo con ritmo deciso, il pollice che sfregava il clitoride sensibile in cerchi lenti e insistenti, facendola inarcare contro di lui.
Non ci fu tempo per preliminari gentili. Lui slacciò i pantaloni del grembiule, tirando fuori il suo cazzo duro e spesso, venoso e pulsante per l'eccitazione repressa. Lea si aggrappò al bordo del bancone mentre lui la penetrava da dietro con una spinta potente, riempiendola fino in fondo con un grugnito basso. 'Cazzo, sei così stretta e calda,' ringhiò lui, afferrandole i seni nudi dalla scollatura della camicia e pizzicando i capezzoli eretti fino a farla gemere forte. Lea spinse indietro i fianchi, incontrando ogni affondo, il suono bagnato dei loro corpi che sbattevano coperto dal fragore della pioggia contro le finestre. Lui la scopava con vigore, alternando spinte profonde che le sfioravano il collo dell'utero a ritmi rapidi e superficiali, la mano libera che tornava tra le sue gambe per strofinare il clitoride gonfio, facendola tremare di piacere violento.
Lea venne per prima, un orgasmo che le contrasse i muscoli interni intorno al suo cazzo, facendola gridare piano contro il suo palmo premuto sulla bocca per non svegliare l'albergo. Lui non si fermò, accelerando le spinte fino a spingere un'ultima volta in fondo, riversando il suo sperma caldo e abbondante dentro di lei con un ringhio animalesco, il corpo che si irrigidiva nel rilascio. Si accasciarono ansimanti, i corpi sudati uniti per un momento eterno, prima che lui si ritirasse lentamente, il seme che colava lungo le cosce di Lea in rivoli appiccicosi. 'Torna in camera tua, prima che l'alba ci scopra,' le disse con un bacio umido sul collo, ma i suoi occhi promettevano un segreto condiviso, un fuoco che ardeva sotto la cenere. Lea si ricompone piano, il corpo ancora fremente, e risalì le scale con le gambe deboli.
Il mattino dopo, la luce grigia del giorno piovoso filtrava attraverso le nuvole basse mentre Francois e Lea lasciavano l'albergo. Francois, radioso e ignaro, aveva pianificato quella sorpresa: andare a casa dei suoi genitori senza preavviso per presentarla a colazione. 'Sarà perfetto,' disse lui, prendendole la mano con affetto casto mentre camminavano per le strade umide di Montmartre. 'Ti presenterò come la ragazza pura e devota che sei – proprio come loro desiderano per me.' La casa dei genitori era modesta ma elegante, un appartamento borghese con tende ricamate e mobili di legno scuro, non lontano dall'albergo.
Bussarono alla porta, e fu la madre di Francois ad aprire: una donna dal portamento eretto e dalle labbra sottili, sorpresa ma felice per l'arrivo inatteso. 'Francois! E questa deve essere...?' esclamò, facendoli entrare nel salotto caldo, dove il padre – ora in abiti civili, con un'espressione impassibile che nascondeva il turbine interiore – sedeva a tavola con il giornale del mattino. Lavorava come cameriere in quell'albergo per arrotondare lo stipendio familiare, un ruolo umile che manteneva la loro rispettabilità borghese.
'Papà, mamma,' annunciò Francois con orgoglio trionfante, guidando Lea per mano verso il tavolo apparecchiato con caffè fumante, pane fresco e marmellata. 'Vi presento Lea, la mia fidanzata. Siamo arrivati stanotte e abbiamo dormito in albergo – camere separate, come si addice – per farvi questa sorpresa. È pura e devota come la volevate voi per me: una ragazza perfetta, casta e rispettosa, che onora i valori della nostra famiglia.'
L'aria si fece ghiacciata all'istante, un silenzio opprimente rotto solo dal ticchettio della pioggia residua sulle finestre. Lea sentì un brivido percorrerle la schiena mentre i suoi occhi incontravano quelli del padre per la prima volta in quel contesto formale. Lui sostenne lo sguardo per un istante troppo lungo, un lampo di desiderio represso e panico che solo lei colse, le pupille dilatate dal ricordo del suo cazzo ancora impresso nel suo corpo sensibile. Distolse lo sguardo verso il piatto con un gesto rigido, le guance arrossate sotto la barba grigia, ma non prima che Lea notasse il suo pomo d'Adamo che si muoveva in un deglutire nervoso, le mani che stringevano la tazza di caffè con troppa forza.
La madre sorrise debolmente, ignara del dramma sotterraneo, offrendo pane e marmellata con voce tremula: 'Benvenuta, cara. Siamo felici di conoscerti finalmente. Sedetevi, il caffè è caldo.' Ma l'imbarazzo era palpabile, un velo di tensione che aleggiava come la nebbia parigina: il tintinnio delle posate troppo forte, le pause nei discorsi di Francois che riempiva l'aria con aneddoti innocui sulla loro relazione 'pura' e sul viaggio. Sotto il tavolo, Lea sentì il piede del padre sfiorarle la caviglia – un tocco fugace, accidentale per gli altri, ma carico di intento per lei, un brivido che le risalì le gambe fino alla figa ancora gonfia e umida dal seme di lui. Le sue cosce si contrassero involontariamente, il corpo che pulsava con un calore traditore al ricordo della penetrazione profonda contro il bancone dell'albergo.
Francois chiacchierava allegramente, ignaro del gioco sottile di sguardi: il modo in cui il padre evitava di guardare Lea direttamente, ma lasciava scivolare lo sguardo sul suo collo dove aveva lasciato un segno leggero dalla notte precedente, o come lei, con un sorriso innocente, inclinasse la testa per esporre quel punto sensibile, mordicchiandosi il labbro inferiore. In quel momento, Lea realizzò il potere immenso che deteneva. Su Francois, con la sua illusione di purezza che lei alimentava con baci casti e promesse devote, tenendolo in una gabbia di illusioni. Sul padre, che era costretto al silenzio assoluto per preservare le apparenze borghesi della famiglia – un uomo maturo intrappolato dal suo stesso desiderio, legato al lavoro umile da cameriere e incapace di confessare senza distruggere tutto: la reputazione, il matrimonio imminente, la facciata di rispettabilità che teneva unite le loro vite modeste. Poteva distruggerli entrambi con una parola sussurrata, o manipolarli con un'occhiata complice, un tocco nascosto. Il suo corpo, ancora sensibile e segnato dall'incontro proibito, pulsava di una nuova eccitazione dominante: era lei la regina in quel nido di ipocrisie parigine, e il gioco era solo all'inizio.
cameriere notturno bancone camera separata hotel padre cameriere tradimento tentazione doppia stanza
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il fidanzato casto :

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
